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Storia di una ladra di fichi. Prima puntata



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Il sudore e la fatica dei mesi trascorsi attaccata al PC e allo smartphone finalmente stavano lasciando spazio all'aria frizzante e fresca che improvvisamente mi parve di sentire sul mio corpo. Cominciai a rendermi conto che era estate e che il sole splendeva alto nel cielo. Solo la mia pelle era candida come la Luna pallida delle misteriose notti novembrine.
Quando alle otto del mattino del mio primo giorno di ferie mi alzai dal letto, mi sentii come  una principessa delle fiabe. Ebbi l'impressione che gli uccellini mi stessero parlando e persino le pettegole di quartiere apparivano come candide ambasciatrici in cerca di messaggi da divulgare al mondo intero.
Ero felice perché le tanto desiderate vacanze erano giunte anche per me. Si trattava della fine di un altro anno dove ancora una volta ero rimasta un bruco che aspettava invano il turno per spiccare il volo.
Mentre ammiravo la luce delle dodici coccolare i cactus nel mio balcone, cominciai a progettare le mie vacanze. Era un po' tardi per andare all'estero, lontano dalla solita e noiosa routine, dagli stessi volti incrociati ogni giorno e dalle solite voci che attraversavano i miei timpani. Certo. Avrei potuto tentare se avessi voluto spendere un capitale, ma mi mancava la voglia di impegnarmi a cercare qualcosa che fosse conveniente in termini di qualità, prezzo e divertimento.
Per schiarirmi le idee, decisi di andare a fare una bella passeggiata al bosco di Capodimonte.
Seduta sotto un albero, con tablet alla mano e un cuoppo caldo da sgranocchiare per pranzo, cominciai la mia ricerca. Mi ero data degli obiettivi: se avessi deciso di andare al mare, sarei rimasta nella mio meraviglioso Sud Italia, dove l'acqua non ha nulla da invidiare a quella dei Caraibi e dove il cibo non lascia mai l'amaro in bocca; se avessi invece optato per un viaggio culturale, avrei volato verso il fresco Nord Europa. 
Guardai le mie bianche gambe, non proprio sode e un pizzico flaccide e mi fecero tanta tenerezza, tanto che cominciai a immaginarmi con un bel paio di chiappe rotonde capaci di sfidare la forza di gravità, la pelle liscia come il viso di un bambino e la possibilità di indossare un bel paio di calzoncini corti. Forse, non  avrei raggiunto eccellenti risultati in soli venti giorni di vacanza, perché tanto duravano le mie ferie, però avrei potuto cominciare  a cambiare il mio stile di vita.
C'era un altro punto da soddisfare nel progetto delle mie future vacanze: vivere qualcosa di sorprendente, di unico  e tornare alla base con una storia, un'avventura da poter raccontare ai pochi amici che avevo, alle poche persone che si accorgevano della mia esistenza e, perché no, a qualcuno che un giorno si sarebbe innamorato di me. Badate che non sono affatto un tipo allegro e, usando un tipico intercalare napoletano, a me non frigge la cosina! Ciò vuol dire che non sono alla ricerca di avventure sessuali, al massimo cerco l'amore con la A maiuscola; purtroppo, almeno così è stato negli ultimi venticinque anni, ho solo avuto modo di incontrare palloni gonfiati che hanno cercato di approfittare della mia bontà e della mia intelligenza.
Tornando però al racconto della mia estate, vi dicevo che stavo chiaramente decidendo di optare per una vacanza al mare.  Dove andare quindi? Costiera Amalfitana? Positano? Sorrento? Ischia? Capri? No.  La mia decisione fu di lasciare comunque i confini della mia solita vita e muovermi verso l'affettuosa e selvaggia Puglia.
La località precisa fu presto detta: Ostuni, nota ai più come Città Bianca.
Vista la disponibilità, avevo programmato la partenza per il giorno successivo. Nemmeno il tempo di farmi una ceretta decente e di andare dal parrucchiere per essere in ordine, ma riuscii  a farmi carina con il fai da te. Per la precisione feci affidamento ai video tutorial di Youtube. Avete presente i video dal titolo “Come fare per...”? Ecco. A quelli mi affidai. Nello specifico ad uno in particolare: come prepararsi al primo sole in due ore.
Qualche ora in più la dedicai invece a preparare la valigia. Abitini, pantaloncini corti che avrebbero messo in risalto i miei prosciutti con i piedi, protezione, make up, e costumi. Ecco. Quelli prima di metterli in valigia li provai uno ad uno e ad essere sincera, fatti salvi i prosciutti, non stavo poi così male. Ero solo una mozzarella cinta in due pezzi di stoffa bianchi a pois neri.
Subito dopo la prova costume, un'altra prova mi attendeva: l'auto di papà.
Tenete presente che alla guida sono sempre stata brava, ma non una campionessa di Formula 1. Dovevo per forza di cose partire da sola perché in così poco tempo non avevo trovato nessuna persona disposta a seguirmi e le mie più care amiche, quelle che si contano sulle dita di una mano, erano in vacanza già da un bel po'. Sull'esito della prova auto, approfondirò con voi lettori un'altra volta perché non ha valore per la storia della mia estate che ho deciso di condividere con voi.
Andiamo in ordine. Io non vi ho detto come mi chiamo! Ebbene sulla carta d'identità c'è scritto Miracolosamente Pia. Vi lascio  immaginare le battute che mi corrono dietro quando mi presento con questa o quest'altra persona. Adesso che le presentazioni sono state fatte, posso continuare la mia storia e presto capirete perché é intitolata "Storia di una ladra di fichi".


#textgram





Programmai di partire per le 9,00 del mattino, in modo da arrivare a destinazione per ora di pranzo e godermi così un pomeriggio di sole e mare, senza perdere un giorno di vacanza; comunque sia, tra la verifica di aver preso ogni cosa, le raccomandazioni dei miei genitori e l'aver controllato di non aver lasciato nulla in sospeso, chiusi la mia valigia. Prima di uscire di casa, ritornai nella mia camera a prendere un post-it sul quale con il rossetto scrissi: «ricordati di vivere un'avventura tale da richiedere giorni e giorni per essere raccontata» e insieme al resto delle cose, lo misi in valigia.
Finalmente l'auto era carica e io ero al volante pronta per partire. Chiave girata, piede sul pedale giusto e via! Le mie vacanze erano ufficialmente iniziate.
Pian piano gli edifici, le botteghe, le case e i supermercati cominciarono a scorrere davanti al mio finestrino, mentre li lasciavo dietro di me per andare alla scoperta di nuovi luoghi.
Già un'ora di macchina era trascorsa e l'aria fresca e verde delle zone di Avellino coloravano i miei occhi di allegria. Già un'ora di macchina e niente di bello era avvenuto.
Parcheggiai di proposito in un autogrill nel quale entrai per fare un po' di pipì. Scrutai la struttura intorno a me: scaffali con biscotti, patatine, riviste, giocattolini e libri. Non c'era anima viva. Così, onde evitare di perdere tempo, riportai il mio flaccido sederino in auto.
Le successive tre ore passarono in fretta e in poco tempo mi ritrovai in una distesa di immense terre coltivate, raggi di sole alti e roventi e tante frecce indicanti una miriade di direzioni di vacanza. La mia destinazione non era poi così lontana. Nel giro di venti minuti ero già al cancello della casetta che avevo preso in affitto.
Venne ad aprirmi una vecchina magrolina dal viso dolce e rigato dalle rughe. In testa portava un cappello rosso e le mani erano robuste con le unghie rigate di terriccio. Con educazione la mia stretta di mano non era mancata e nemmeno le mie presentazioni.
Con molto entusiasmo, la vecchina mi condusse verso il mio alloggio. Mi trovai davanti un villone enorme. Credetemi. Per quel che avevo pagato al massimo mi aspettavo una stanza. Quella che avevo davanti era ben altro. Così chiesi se per caso l'alloggio fosse in condivisione con altri, ma la risposta fu negativa. Che cosa avrei fatto io per venti giorni in una villa enorme?
Dopo avermi mostrato la villa e ogni singola stanza, la vecchina mi mostrò le altre due bellezze del posto: l'accesso privato alla spiaggia e un delizioso orticello con frutti e ortaggi di ogni fattezza. Una raccomandazione in particolare arrivò dalla vecchina: «mangia e raccogli pure tutto quel che vuoi perché io e la mia famiglia non riusciamo a consumar tutto e madre natura si offende se lasciamo marcire i suoi frutti».  Feci un segno di accenno con il capo, ma non diedi molta attenzione a quelle parole.  Un solo pensiero nuotava nella mia mente: che cosa avrei fatto tutta sola in una villa enorme? Come avrei anche solo lontanamente immaginato di aver qualcosa da raccontare al mio ritorno?
Dopo i miei dubbi, tornai in casa e disfai le valigie. Lascio ovviamente alla fantasia del lettore il comprendere che il momento del saldo non mancò di certo.
Per prima cosa posizionai sullo specchio del bagno il post-it con il mio unico proposito.  Poi, una volta cambiata, andai direttamente verso il mare con il mio asciugamano di Barbie.
Appena arrivata in spiaggia mi resi conto di una cosa: non importa dove si va.  in ogni spiaggia c'è sempre la voce di un bambino che grida mentre gioca.  Riconosco che si tratta di un pensiero che mi regalò un tenero sorriso.  Tra le tante persone, non mancavano allegre comitive che si godevano la vita. Forse, cominciai a capire in che modo creare le basi per un'avventura. Accantonai poco dopo l'idea di avvicinarmi con la scusa di chiedere un'informazione.
Cambiai totalmente spiaggia, andando diretta verso una delle tante conche, la cui fama ne precedeva la bellezza. C'era poca gente ed io mi sentivo libera di sfoggiare il mio budino con il costume. Cioè, avete capito, parlo del mio corpo. Comunque, la mia scelta fu giusta perché avevo di fronte uno spettacolo meraviglioso: da un lato una piccola spiaggia e dall'altro una distesa di verde seguita da un bagnasciuga fatto di rocce. Un tuffo e si finiva già dove non vi era più piede.
Notai che c'era una sorta di grotta nella conca e ben pensai di tuffarmici sperando di trovare qualcosa di straordinario che mai nessuno aveva trovato prima. Così feci. L'acqua era fresca e la corrente dondolava su di me conferendomi una sensazione di benessere. Riuscivo a vedere granchietti e pesciolini che beati conducevano le loro attività. Andai sott'acqua per avvicinarmi alla grotta e presa dal desiderio di trovare qualcosa lasciai i miei occhi chiusi. Quando decisi di riaprirli fu troppo tardi perché di fronte a  me c'era uno scoglio nel quale precipitai con la fronte. Il lettore potrà ben immaginare il dolore!
Le poche persone presenti furono scioccate dallo spettacolo: sanguinavo come se mi avessero conficcato un colpo in testa! Non mancò la generosità dei soccorritori volontari che mi suggerirono di far subito ritorno a casa a medicarmi perché si trattava di una bella ferita che sarebbe stata sicuramente seguita da un grosso bernoccolo.
Mentre tornavo a casa, dolorante come non mai, cominciai ad ammirare da lontano la splendida villetta bianca dove alloggiavo e rimasi incantata. Il sangue continuava a scorrere e avanzai il passo verso la scorciatoia. Non riuscivo a tenere la testa alta e guardavo in basso. I miei piedi camminavano in una sorta di arcobaleno fatto di colori rossi, gialli e verdi.
Nonostante il piccolo incidente, continuavo a tormentarmi al pensiero di non avere nulla di buono da raccontare al mio ritorno fino a quando, tra un pensiero e l'altro, la mia testa di nuovo urtò contro qualcosa: ero finita sotto un albero di fichi...

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